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Se fossi un dantista

Se fossi un dantista
… o un raffinato filologo, mi chiederei ugualmente chi sono io per scrivere di Dante.
Cosa può esserci ancora da dire sul poeta più studiato degli ultimi settecento anni?
Se oso alzare le dita sulla tastiera del mio pc, non dipende dalle mie capacità, bensì dalla grandezza dell’opera e della persona che ancora oggi può risvegliare le menti e i cuori assopiti di noi contemporanei.
La Commedia fu scritta di proposito in volgare per essere letta da chiunque(1). Se avesse voluto rivolgersi a eruditi, l’avrebbe scritta in latino, come fece in altre occasioni.
La bellezza delle terzine, la capacità di sintetizzare in poche parole intuizioni luminose e altissimi voli dell’intelletto, rischiano di disorientare.
L’estetica è talmente alta da far passare in secondo piano l’etica e la metafisica, che invece racchiudono il messaggio più profondo dell’opera.
Dante visse nel secolo che ben merita l’appellativo di “autunno del medioevo”, rappresentandone il frutto maturo, gravido di umanesimo e rinascimento.
Quel che noi, “donnette” e ometti contemporanei, possiamo ricavare dai versi del Poeta, è un’assonanza con un mondo interiore che, indipendentemente dalla cultura e dall’intellettualità del soggetto, appartiene all’umanità intera. Senza distinzioni.
L’etica che troviamo nella Commedia è declinata in una diversa situazione storica, ma non è anacronistica per noi, le quattro virtù cardinali e le tre teologali cui si riferisce il Poeta, sono a tutt’oggi i cardini su cui fondare un’esistenza umana degna di questo nome.
La centralità del libero arbitrio fondato su un intelletto non opacizzato da condizionamenti, la ragione come scintilla divina che fa l’essere umano simile a Dio, l’impegno militante nel mondo dove solo si può realizzare la nostra umanità, il valore che non dipende dallo status sociale, l’amore che “move il sole e l’altre stelle”, non è forse questo il cuore del messaggio che ci proviene da quel perseguitato politico che fu l’Alighieri?
Seppure vette altissime, non esauriscono però la potenza dell’opera.
Dante infatti ci trasporta in una dimensione oltre la politica, la filosofia e l’etica.
Con le sue mirabili terzine, esplora e ci consegna un patrimonio che appartiene alla specie umana in quanto tale. La Commedia è ispirata al senso mistico dell’Uno che si fa molteplice: “Nel suo profondo vidi che s’interna, legato con amore in un volume, ciò che per l’universo si squaderna”.
Ognuno di noi porta nel “suo profondo” tutta la storia umana e dell’universo, una filogenesi che i miti hanno sempre tentato di rappresentare, compreso l’attuale mito scientifico.
All’inizio del quattordicesimo secolo Dante ha dovuto scrivere in un clima di feroce persecuzione, usando un linguaggio che salvasse l’opera dal rogo.
Krishna ha invece trasmesso liberamente i suoi insegnamenti ad Arjuna, usando un linguaggio iniziatico senza “velami”.
Entrambe le opere, Bhagavadgita e Commedia, sono state scritte e tramandate non per dotte esegesi linguistiche o raffinate analisi filologiche. Il loro scopo è accompagnare l’essere umano dall’opacità e dalla pesantezza del piombo, alla luce leggera dell’oro.
E’ straordinario quanto Bhagavadgita e Commedia siano simmetriche e quanto la comprensione dell’una contribuisca alla realizzazione dell’altra.
Queste due opere contengono tutto quel che necessita per attraversare la vita senza esserne sopraffatti, per coltivare la libertà e l’amore.
In definitiva la felicità stessa.
Graziano Rinaldi

(1) “linguaggio volgare, nel quale comunicano anche le donnette”. Ep., XIII 31.

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