Abitare il significato: una lezione straordinaria di Marco Ferrini alla GLA University

C’è qualcosa di insolito nel seguire una lezione sapendo che le parole che stai ascoltando attraversano oceani e fusi orari, eppure arrivano con la precisione e la presenza di un dialogo diretto. È quello che ho vissuto il 21 maggio scorso, seguendo online la conferenza tenuta dal Maestro Marco Ferrini (Matsya Avatar das), al Dipartimento di Ingegneria Civile della GLA University di Vrindavana, Mathura — una delle università più importanti e radicate nel cuore sacro dell’India.
Non era una lezione tecnica nel senso ordinario del termine. Era qualcosa di raro: un invito a guardare l’architettura come si guarda un essere vivente, capace di custodire significato, orientare la coscienza e nutrire — o depauperare — chi la abita.
Da discepola e collaboratrice del Maestro ho imparato a riconoscere il suo stile: la precisione nella scelta delle parole, la cura nel non sovrapporre linguaggi diversi, la capacità di creare convergenze senza confusioni. Anche in questo contesto accademico — rivolto a ingegneri, docenti e studenti di un’università indiana — quella firma era inconfondibile.
La lezione si è aperta con una domanda semplice nella forma, ma densa nella sostanza: perché alcuni luoghi ci nutrono interiormente, mentre altri ci lasciano disorientati?
La risposta che Marco Ferrini ha proposto non era di ordine tecnico. Gli esseri umani, ha osservato, non abitano semplicemente uno spazio geografico: abitano un orizzonte di significato. Luoghi come Mathura, Vrindavan, Mayapur esistono nella coscienza di milioni di persone molto prima che i loro piedi li raggiungano fisicamente. Lo spazio può preservare la memoria, l’aspirazione, l’identità di una civiltà.
Da qui si è sviluppato il percorso della lezione: un viaggio attraverso culture e tradizioni diverse — Egitto, Grecia, Roma, la Cina tradizionale, l’Europa medievale, l’India vedica — per mostrare come, in epoche e contesti lontanissimi tra loro, l’architettura sia sempre stata intesa come espressione visibile dell’invisibile. Non separata dalla filosofia, non separata dall’etica, non separata dalla cosmologia.
Una parte centrale della lezione è stata dedicata al Vastu Shastra, il corpus di conoscenze tradizionale Indo-Vedico sull’abitare. Marco Ferrini ne ha illustrato la domanda fondamentale, che non era come costruire gli edifici, ma come gli esseri umani dovessero abitare lo spazio.
L’orientamento, la proporzione, la geometria non erano mere soluzioni tecniche: erano un linguaggio. Il quadrato suggeriva stabilità, le linee organizzavano relazioni e guidavano la percezione, la simmetria comunicava armonia. Nel Vastu Purusha Mandala lo spazio non era un contenitore neutro: diventava un campo di senso.
Un’analogia musicale ha reso tutto questo immediatamente comprensibile: come le singole note non creano armonia da sole, ma solo attraverso il tempo, gli intervalli e le proporzioni, così i materiali e le strutture architettoniche diventano ambienti significativi soltanto attraverso le relazioni che instaurano tra loro.
La parte forse più toccante della lezione è stata quando il Maestro ha condiviso la sua esperienza diretta nel progetto del Pushpa Samadhi Mandir a Mayapur, al quale ha partecipato tra il 1989 e il 1993. Mosaici, colonnati, lampadari, marmi, la fontana con la cascata d’acqua che scendeva attraverso la scala a chiocciola illuminata da luci policrome — una discesa simbolica dalle dimensioni superiori del cosmo fino al piano terrestre.
Quello che più mi ha colpita non è stata la descrizione degli elementi in sé, quanto la consapevolezza che ne è scaturita: il significato emerge dalla relazione, non dagli oggetti. Una fontana senza acqua, ha detto Ferrini, sembra un cadavere. L’architettura non organizza gli oggetti: organizza le percezioni.
La lezione si è conclusa con una riflessione che va ben oltre la disciplina architettonica. Chi progetta uno spazio comincia il suo lavoro dentro se stesso, molto prima dei disegni e dei calcoli. La competenza tecnica è indispensabile — un ponte deve reggere, una struttura deve rispettare le leggi della fisica — ma da sola non spiega perché ambienti diversi producano esperienze così profondamente diverse.
Citando il concetto sanscrito di sadhana quale disciplina di una coltivazione interiore, il Maestro ha indicato come l’attenzione e l’intenzione del progettista plasmino silenziosamente ogni scelta. L’architettura, in questo senso, diventa cultura visibile, coscienza visibile, aspirazione visibile.
Vi è un pensiero in particolare, tra i tanti che mi hanno colpita, che continua a risuonare in me: architetti e ingegneri condividono una delle responsabilità più profonde della civiltà — aiutare gli esseri umani ad abitare il mondo in modo più consapevole, più armonioso e più bello.
È esattamente quello che Marco Ferrini ha fatto anche in questa lezione: offrire uno spazio — di parole, di idee, di relazioni — in cui chi ascoltava potesse, anche solo per un’ora, abitare qualcosa di più grande.
Ringraziamo la GLA University per aver promosso questo incontro e tutti coloro che hanno contribuito alla sua realizzazione.
Ma soprattutto porto con me una riflessione semplice e potente emersa durante l’ascolto: anche l’architettura, quando è guidata da una visione più alta dell’esistenza, può diventare una forma di servizio devozionale, di educazione e persino di elevazione della coscienza.
Barbara Frigerio


