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TRASCENDERE I LIMITI DELLA NATURA UMANA

“…Dov’Ercole segnò li suoi riguardi, acciò che l’uom più oltre non si metta…” racconta Ulisse nel XXVI Canto dell’Inferno, quando descrive il suo periglioso viaggio alle colonne D’Ercole, che segnavano il limite invalicabile tra il mondo conosciuto e quello sconosciuto. I limiti dell’essere umano, ha spiegato il Maestro Marco Ferrini durante l’ultimo seminario di dicembre, non possono essere trasgrediti, forzati, rimossi, poiché- come per ogni cosa- anch’essi hanno una peculiare funzione educativa. Solo trascendendoli, ha precisato, potranno essere naturalmente superati.

L’essenzialità di questo passaggio mi ha particolarmente stimolata ad approfondirne la comprensione, ispirata dagli insegnamenti di Marco Ferrini e dei testi sacri della Tradizione Vedico-Vaishanava.

Mi sono chiesta: “cosa significa trascendere i limiti della natura umana e come possiamo riuscirci?"

Ad una riflessione superficiale, non supportata da un’idonea conoscenza, questo concetto potrebbe apparire lontano, di difficile comprensione ed attuazione nella vita “pratica” di tutti i giorni. A ben vedere, la rinnovata e salvifica visione a cui esso ci riconnette, è invero l’unica soluzione per risolvere tutti i mali del mondo e, primariamente, i propri.

La Bhagavad-gita, testo sacro della tradizione indovedica, è illuminante sul punto. 

Nel capitolo III, versi 42 e 43, Krishna spiega ad Arjuna che solo ponendosi sul piano spirituale, egli potrà liberarsi dalla sofferenza e dal dolore che lo opprimono. 

I sensi, afferma, sono superiori alla materia inerte, superiori ad essi è la mente e superiore alla mente è l’intelligenza, ma ancora più elevata è l’anima spirituale. Sapendo quindi che il sé trascende i sensi, la mente e l’intelligenza, Krishna esorta Arjuna a rendere sobria la propria mente con l’azione risoluta dell’intelligenza spirituale.  

Questi versi, che mi sono particolarmente cari, chiariscono che il processo di trasformazione interiore e di destrutturazione dei condizionamenti origina dal nostro baricentro spirituale, e non dall’io storicizzato, per espandersi ed illuminare, conseguentemente, l’intero campo coscienziale e, a cascata, l’apparato percettivo. Ci esortano a ricordare sempre ed in ogni circostanza che solo una visione autenticamente rinnovata e beneficata dalla vera conoscenza di sé, ci consentirà di superare i limiti che la natura umana impone. Malattia, vecchiaia, morte, sofferenza non possono essere compresi ed affrontati rimanendo ancorati ad una visione materialistica ed “orizzontale” della realtà. E’ necessario, come dice il Maestro, operare uno spostamento di coscienza, di attenzione che, citando un’invocazione contenuta nella Brihadaranyaka-Upanishad, ci conduca dall' irrealtà alla realtà, dalla tenebra alla luce, dalla morte all’immortalità, orientandoci così a desiderare, pensare ed agire sempre nella prospettiva salvifica dell’eternità.

L’impegno quotidiano di mantenere sempre viva e presente in me questa visione, mi consente di ridimensionare gli accadimenti della vita con cui spesso mi identifico, di ricercare quel necessario distacco emotivo rispetto ad essi e valorizzare quel che realmente conta.

In un verso bellissimo e di grande impatto dello Shrimad Bhagavatam che Marco Ferrini cita spesso (10.14.50), è detto che per coloro che hanno trovato rifugio in Dio, e hanno quindi riscoperto la loro natura spirituale costituita di eternità, consapevolezza, beatitudine, l’oceano dell’esistenza materiale diviene simile all’acqua contenuta nell’orma dello zoccolo di un vitello. 

Queste riflessioni mi hanno, al contempo, portato a meditare su di un altro punto cruciale, sintetizzato in questo passaggio illuminante che ho estrapolato da un recente ascolto: “non ci possiamo realizzare spiritualmente, trascurando lo sviluppo della nostra umanità, anzi la realizzazione spirituale sta oltre, trascende e ciò che trascende implica. Per trascendere una realtà, bisogna prima implicarla, per trascendere qualcosa bisogna avere realizzato quel qualcosa. Sfuggiremo alla morte, avremo un corpo di pura energia e proveremo l’ebbrezza di vivere nella luce e nella soddisfazione, se avremo risolto i problemi della nostra umanità, ovvero se ci saremo realizzati umanamente”

La conoscenza spirituale, pur essendo un faro che illumina, una chiave che apre il cuore e la mente a nuove comprensioni e realizzazioni, non è di per sé sufficiente a produrre una trasformazione coscienziale che libera, se rimane su di un piano meramente intellettualistico e se non è accompagnata da un lavoro serio, intenso e costante sul nostro carattere e sulle nostre tendenze distruttive.

Come dice sempre il nostro caro Maestro: la bacchetta magica non esiste e anche se esistesse non la vorrei!

Pamela Dal Maso

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